Calendario della Chiese dell’Emilia-Romagna
Prefazione di S.E. Mons. Ovidio Vezzoli, Vescovo di Fidenza e delegato regionale per la Liturgia
Celebrare in spirito di verità
Il Calendario liturgico per le Chiese dell’Emilia Romagna si presenta per l’anno pastorale 2024-2025 in una veste tipografica rinnovata. Si tratta di un umile strumento finalizzato ad un nobile progresso nella celebrazione del «»mistero di Cristo per l’annuncio dell’evangelo e per il bene della Chiesa. Nel contesto in cui le comunità cristiane sono interpellate nel processo del cammino sinodale nella sua terza fase (profetica) e sono, al contempo, chiamate a vivere l’esperienza dell’anno giubilare ordinario (Peregrinantes in spem), il Calendario liturgico può costituire un indicatore non periferico che concorre a richiamare e precisare la natura della celebrazione rituale della Chiesa e, soprattutto, il contenuto precipuo caratterizzato dal mistero pasquale del Signore.
In questa prospettiva è saggio richiamare la nostra attenzione sulla quintessenza del culto cristiano riascoltando la sezione del colloquio tra Gesù e la donna di Samaria come narrato nel quarto evangelo (Gv 4,7-26). In quell’incontro una attenzione peculiare è riservata alla dimensione cultuale precisata da Gesù nell’affermazione: «È giunto il momento ed è questo in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito di verità; perché il Padre cerca tali adoratori» (Gv 4,23).
Alla sorgente – pozzo di Giacobbe, Gesù vi giunge stanco e si siede sopra di esso. A mezzogiorno, giunge alla sorgente una donna peccatrice del villaggio, ad attingere acqua e con l’intento di non essere vista da nessuno. Gesù è solo e stanco; i suoi discepoli sono andati in città a fare provviste.
Nella dinamica di questo incontro con la donna di Samaria potremmo ravvisare almeno tre aspetti particolari, che aiutano a percepire un progressivo cammino al quale Gesù introduce ogni discepolo in ricerca. Anzitutto, il sottofondo della conversazione è rappresentato dal tema dell’acqua viva; Gesù si presenta rivelandosi come l’acqua della sapienza, della verità, l’acqua della Parola che indica il comandamento nuovo. È interessante rilevare come sia Gesù a prendere l’iniziativa e a domandare ospitalità alla donna senza imporsi. Lui giudeo, agli occhi della samaritana è un nemico. Eppure è lui che chiede acqua da bere con l’intento di provocare in lei la correlativa richiesta; infatti al «Dammi da bere» di Gesù corrisponde la domanda della samaritana: «Signore dammi di quest’acqua» (vv. 7.15). Non si può non riconoscere qui un procedere graduale di rivelazione nella quale Gesù si manifesta come colui che chiama, che interpella l’altro affinché chi ascolta si apra alla decisione di fede in lui. Gesù chiamandola ‘donna’ le rende tutta la sua soggettività, la considera una persona capace di accoglienza, di ospitalità e di dono. Infatti, come ha letto e interpretato molto sapientemente la tradizione liturgica della Chiesa antica, il prefazio della III Domenica di Quaresima (anno A), riascoltando il racconto della Samaritana, così si esprime:
«Egli (Gesù) chiese alla Samaritana l’acqua da bere, per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma del tuo (o Padre) amore» (MRR 3, Prefazio, p. 89).
Gesù suscita nella donna il desiderio di dare risposta alla sua sete più profonda. In questo incontro Gesù le si presenta come dono di Dio: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere’» (v. 10); «Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla» (v. 14). Gesù le si dona come l’acqua viva della sapienza e della Parola (cfr. Pr 13,14; 14,27; 16,22; 18,4; 21,13; Bar 3,12; Sir 15,1; 21,13; 24,21; Sap. 7,25; Is 55,1); egli è la sorgente – pozzo profondo da cui scaturisce l’acqua viva della misericordia e della verità, la bevanda per la sete di ogni pellegrino dell’assoluto (cfr. Ez 47,1-12). Gesù si offre come dono dell’acqua viva, progressivamente rivelando il suo mistero alla donna di Samaria, ma anche a ‘chiunque’ (v. 13) perché beva di quest’acqua che lui dona, purché interiorizzi la Parola, accogliendone il dono e impari ad apprendere la verità di Gesù e il suo evangelo attraverso l’azione del suo Spirito. La verità della Parola-dono di Gesù non può rimanere in noi come acqua stagnante, mortifera; al contrario essa è data perché zampilli per la vita eterna (v. 14). Gesù chiede da bere alla samaritana; le domanda ospitalità. Ma lui, ai suoi occhi, è un nemico, uno che la pensa diversamente in fatto di fede, di culto e di religiosità. Lei, donna peccatrice di Sicar, si trova di fronte ad un giudeo, che le indirizza una parola e la considera come ‘donna’, come persona; e questo la destabilizza. Nella parola di Gesù non vi è arroganza o superiorità. In questo atteggiamento del Maestro è espresso il vero stile della Chiesa che evangelizza e cammina nella missione; essa non impone una dottrina o una sequenza di precetti e di obblighi, ma domanda, rende l’altro soggetto di incontro e di dialogo, facendogli posto e diventando ospitale, senza pregiudizi.
Nel dialogo con Gesù, la donna Samaritana è richiamata alla sua vera sete. Accostandosi a lei con amore e con attenzione, Gesù le provoca la nostalgia di un’acqua che ella ancora non possiede. Quella sorgente – pozzo è segno della sapienza della vita spirituale del credente, al quale è necessario attingere per avere risposta alla sete più profonda, che sta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. La samaritana, ha sete, alla quale però tenta di dare risposta attingendo a pozzi sbagliati, che si manifestano solo cisterne screpolate, che non contengono acqua (cfr. Ger 2,13). Al riguardo, è necessario domandarci: a quali sorgenti beviamo? A quali pozzi ci dissetiamo? Gesù si rivela a questa donna come colui che fa rinascere in lei una profonda nostalgia di un’acqua che non possiede, ma che solo lui è in grado di fornirle.
In secondo luogo, alla donna di Samaria Gesù si rivela come profeta e come uomo-sposo; ad essa porta in dono il senso definitivo della vita e del servire davanti a Dio in tutta umiltà (vv. 16-19). Gesù si rivela come profeta (v. 19) in quanto aiuta la Samaritana a discernere il suo passato di lontananza da YHWH rincorrendo culti idolatri (cfr. i 5 padroni – baalim; cfr. 2Re 17,24-41) e suscitando in lei la necessità di un ritorno nella conversione. La donna ha messo in atto una ricerca, ma che ha soddisfatto su vie sbagliate. Gesù le si rivela come uomo-sposo fedele, che la cerca di un amore che non si stanca, pronto a donare interamente se stesso per lei (cfr. Os 2,4; 3,1; Ez 16,53-61; Gv 2,1-12; 3,29). Gesù è l’uomo-sposo che ristabilisce l’alleanza di Israele con il suo Dio, riunificando Samaria e Giuda nell’unità di una fede nell’unico salvatore. Nella sua vita relazionale tormentata affettivamente, la donna di Samaria ha lasciato posto al molteplice (5 uomini + 1 attualmente, ma che non è il suo uomo), sostituendo così l’unico uomo indicato dalla Torah (cfr. Gen 2,24)
Infine (vv. 20-26), Gesù si rivela alla Samaritana come il Messia atteso e sperato (vv. 25-26). È mediante lui che si può offrire al Padre il vero culto in spirito di verità senza passare attraverso la struttura del tempio di Gerusalemme o del monte Garizim, ma attraverso di lui, presenza di Dio tra gli uomini. La Samaritana pone a Gesù, infatti, un’antica questione che fu causa dello scisma tra Samaritani e Giudei a proposito del luogo di culto: Gerusalemme (cfr. Dt 12,5) o il Garizim (cfr. 2Re 17,27-33)? Nel dialogo, Gesù indica che ormai si apre l’era del nuovo culto proprio mediante lui; ora è il tempio unico di Dio, rivelazione definitiva della presenza del Padre tra i suoi. L’adorazione in spirito di verità (v. 24) non significa rifiuto del rito o abolizione del tempio, bensì che ora è il tempo in cui l’invocazione del Padre è suscitata dallo Spirito nel cuore dei credenti (cfr. Rm 8,9-17.26). Lo Spirito rende i discepoli del Signore pellegrini oranti (peregrinantes in spem), facendo della loro preghiera un evento di grazia, un dono di misericordia che giunge ad essi tramite il Figlio amato. Adorare Dio in spirito di verità significa amarlo e invocarlo nel Figlio Gesù, l’obbediente (cfr. Es 20,3-6; Dt 5,8-10); solo mediante lui si può conoscere il Padre. Adorare in spirito di verità significa lasciare agire la Trinità in noi; è l’adorazione appresa rimanendo alla sequela del Figlio servo. Il compito dello Spirito, infatti, è proprio quello di mantenere continuamente viva in noi questa obbedienza orante e adorante. Emerge, pertanto, l’importanza che Gesù attribuisce al ‘come’ adorare, servire, amare e non semplicemente al ‘dove’. La donna di Samaria confessa la sua attesa (v. 25) del veniente con tutta la sua generazione in un atteggiamento di speranza grande. A questa attesa corrisponde la rivelazione piena di Gesù (v. 26: «Io [lo] sono; colui che [ti] parla») (cfr. Es 3,14; Is 43,3.11-15). È la narrazione di un incontro, che conduce alla conoscenza autentica e profonda dell’altro. Si tratta dell’atto dichiarativo di Gesù mediante il quale si celebra l’alleanza nuziale del Dio di Israele con l’umanità. Questo evento si adempie per grazia in ogni celebrazione del mistero di Cristo nella Chiesa in spirito di verità rifuggendo da ogni ipocrisia.
+ Ovidio Vezzoli
Presidente della Commissione episcopale regionale per la Liturgia